Note sulla violenza in Django Unchained

Stefano Rosso

Abstract


L’idea che il lontano West sia il luogo della violenza è stata dominante per buona parte del Novecento.[1] Effettivamente la violenza è un ingrediente immancabile nel western,[2] ma se si analizza con attenzione un’opera qualsiasi di questo genere si può notare che le scene cruente, nella maggioranza dei casi, sono limitate a una parte della narrazione. Tuttavia, poiché in un’alta percentuale di intrecci il finale mette in scena un duello all’ultimo sangue, la violenza rimane per il lettore un ricordo vivido e contribuisce a creare l’equazione western=violenza. Si pensi ai romanzi che hanno segnato il canone classico come The Virginian (1902) di Owen Wister, Riders of the Purple Sage (1910) di Zane Grey, ai best-seller di Luke Short e Louis L’Amour, ai radiodrammi di grandissima diffusione come The Lone Ranger o ai film che hanno segnato la storia del cinema come Stagecoach (John Ford 1939), Red River (Howard Hawks 1948), High Noon (Fred Zinnemann 1952), o ancora alle serie televisive popolarissime degli anni Cinquanta come Bonanza e Gunsmoke. Tutti contengono violenza, ma soltanto in singoli ‘capitoli’ e, in genere, nel finale immancabilmente cruento: in realtà l’ultimissima scena, che segue la resa dei conti, di solito presenta il ritorno alla normalità. La violenza western è altamente stilizzata, ritualizzata e ipercodificata, spesso quasi prevedibile, raramente ‘sporca’ come quella bellica o come nella detective fiction hard-boiled degli anni Venti e Trenta, nei sottogeneri del gangster e del thriller, e soprattutto nell’horror.[3]

Keywords


Django Unchained; Quentin Tarantino; western

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DOI: https://doi.org/10.13136/2281-4582/2013.i2.651

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